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Letėrsia Botėrore Diskutime rreth letėrsisė Botėrore .

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i vjetėr 24-11-2016, 17:04   #341
Fleur Blanche
Hiram Abiff
 
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Pėrgjigje e: Fragmentet me te bukura te librave !

"Tė kėqinjtė, - u pėrgjigj Jezradi - janė gjithmonė fatzinj: ata shėrbejnė pėr t'i vėnė nė provė ata pak njerėz tė drejtė qė ka nė botė, dhe nga ēdo e keqe del njė e mirė"
(Volter; "Zadigu")
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i vjetėr 18-01-2017, 21:44   #342
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Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes I


Di colpo, vidi l’orologio sul tavolo, e sentii allora il ticchettio in un punto fisso dal quale non si spostņ pił. Credevo di sentirlo in quel punto, ma lo vedevo: i suoni non stanno in nessun luogo. O, almeno, siamo noi a collegarli a qualche movimento, del quale essi si incaricano di preavvertirci, rendendocelo necessario e naturale. A volte, per altro, succede che un malato le cui orecchie siano state ermeticamente otturate non senta pił il rumore d’un fuoco simile a quello che, in quel momento, parlottava nel camino di Saint-Loup, tutto intento a fabbricare tizzoni e ceneri e a scrollarli, poi, dentro la propria sporta; che non senta pił nemmeno il passaggio dei tramway, la cui musica prendeva il volo, a intervalli regolari, dalla piazza principale di Doncičres. Allora, se il malato legge, le pagine gireranno silenziosamente, come se a sfogliarle fosse un dio. Il greve rumore d’una vasca da bagno che si va riempiendo s’attenua, s’alleggerisce e s’allontana come un bisbiglio celeste. l’indietreggiare del rumore, il suo affievolirsi, la spoglia di qualsiasi aggressivitą nei nostri confronti; sconvolti, sino a un attimo fa, da colpi di martello che sembravano far tremare il soffitto sopra la nostra testa, ci delizia, ora, coglierne la carezzevole leggerezza, lontana come un mormorio di foglie che, lungo la strada, scherzino con lo zefiro. Facciamo dei “solitari” con carte di cui non percepiamo il rumore, tanto che ci sembra di non averle mischiate, come se, muovendosi da sole e prevenendo il nostro desiderio di giocare, si fossero messe loro a giocare con noi. E a questo proposito, anzi, ci si puņ chiedere se in Amore (e all’Amore aggiungiamo pure l’amore della vita, l’amore della gloria, visto che, a quanto pare, ci sono persone non ignare di questi due sentimenti) non dovremmo agire come coloro che, per difendersi dal rumore, invece di implorare che cessi, si tappano le orecchie; e, imitandoli, riportare dentro di noi la nostra attenzione, il nostro apparato difensivo: assegnare loro, come oggetto da ridurre, non gią l’estraneo che amiamo, ma la nostra capacitą di soffrire per lui.
Per tornare al suono, se aumentiamo lo spessore delle palline che bloccano il condotto auditivo, esse costringeranno al pianissimo la fanciulla che, sopra la nostra testa, stava suonando un’aria turbolenta; se ne spalmiamo una di qualche sostanza grassa, subito il nostro dispotismo si estenderą a tutta la casa, e le sue leggi entreranno in vigore anche all’esterno. Il pianissimo non basta pił, la pallina fa immediatamente abbassare il coperchio della tastiera e la lezione di piano si interrompe bruscamente; il signore che ci camminava sulla testa sospende di botto la sua passeggiata; la circolazione delle carrozze e dei tramway s’arresta come nell’attesa d’un Capo di Stato. Questa attenuazione d’ogni suono, a volte, disturba il sonno invece di proteggerlo. Ancora ieri, i rumori incessanti, descrivendoci con continuitą i movimenti in corso nella casa e per la via, finivano con l’assopirci come un libro noioso; oggi, attraverso la superficie di silenzio distesa sopra il nostro sonno, un colpo pił forte degli altri riesce a raggiungerci, lieve come un sospiro, senza il minimo rapporto con alcun altro suono, e perciņ misterioso; e la richiesta di spiegazione che ne esala č sufficiente a svegliarci. Se, al contrario, si toglie per un attimo al malato il tampone sovrapposto al suo timpano, immediatamente la luce, il pieno sole del suono spunta di nuovo, accecante, rinasce nell’universo; il popolo dei rumori esiliati fa rapidamente ritorno; si assiste, come se le salmodiassero degli angeli musicanti, ala resurrezione delle voci. Le strade vuote si riempiono in un attimo delle ali veloci e incalzanti dei tramway canterini. Nella sua stessa stanza, il malato crea all’istante non, come Prometeo, il fuoco, ma il rumore del fuoco. E ispessendo e alleggerendo i tamponi di ovatta č come se premessimo, alternativamente, l’uno o l’altro dei due pedali aggiunti alla sonoritą del mondo esterno.
Ma, dei rumori, ci sono anche soppressioni di natura non momentanea. Chi č diventato completamente sordo non puņ nemmeno far scaldare sul proprio tavolo un po’ di latte in un bollitore senza essere costretto a spiare con gli occhi, sul coperchio sollevato, il riflesso bianco, iperboreo, simile a quello d’una tempesta di neve, che č il segno premonitore cui converrą obbedire, togliendo - come il Signore che arresta le onde - la spina dalla presa elettrica: gią l’uovo ascendente e spasmodico del latte in ebollizione accenna a lievitare in una serie di sollevamenti obliqui, si gonfia, arrotonda alcune vele semicapovolte, increspate dalla crema (una delle quali, madreperlacea, affronta la burrasca), e che l’interruzione della corrente, se il fortunale elettrico č scongiurato a tempo, farą roteare tutte su se stesse e getterą alla deriva, mutate in petali di magnolia. Ma se il malato non avrą preso con sufficiente rapiditą le precauzioni necessarie, ben presto i suoi libri e il suo orologio emergeranno appena, travolti dal maremoto latteo, in un gran distesa bianca, e gli toccherą chiamare in aiuto la vecchia governante la quale, foss’egli anche un uomo politico illustre o un grande scrittore, proclamerą che non ha pił giudizio di un bambino di cinque anni. Altre volte, nella camera magica, una persona che un momento prima non c’era č apparsa davanti alla porta chiusa, č un visitatore che non abbiamo sentito entrare e che fa solo dei gesti, come in uno di quei teatrini di marionette che sono tanto riposanti per chi ha preso in uggia il linguaggio parlato. E siccome perdendo un senso si aggiunge al mondo tanta pił bellezza che acquistandone uno, č con delizia che quest’uomo completamente sordo si aggira adesso in una terra quasi edenica, dove il suono non č stato ancora creato. Le pił vertiginose cascate dispiegano per i suoi occhi, e per essi soltanto, la loro tovaglia di cristallo, pił calme del mare immobile, pure come cataratte del Paradiso. Poiché per lui, prima della sorditą, il rumore era la forma percettibile della causa d’un movimento, č come se gli oggetti che, a spostarli, non fanno rumore, venissero spostati senza causa; spogliati d’ogni qualitą sonora, esibiscono un’attivitą spontanea, sembrano vivi; si muovono, s’immobilizzano, prendono fuoco per proprio conto. Per proprio conto volano via, come i mostri alati della preistoria. Nella casa del sordo, solitaria e senza vicini, il servizio, che prima del definitivo aggravarsi della malattia si svolgeva gią con particolare cautela, silenziosamente, č assicurato adesso, con un che di furtivo, da servitori muti, come nella dimora del re in uno spettacolo fiabesco. E, sempre come a teatro, il monumento che il sordo vede dalla finestra - caserma, chiesa, municipio - č un semplice fondale. Se, un giorno, dovesse crollare, potrebbe sollevare una nuvola di polvere e produrre delle macerie visibili; ma, meno materiale persino d’un palazzo di teatro, pur non essendo altrettanto piatto, crollerą nell’universo magico senza che la caduta delle sue pesanti pietre da taglio offuschi con la sua volgaritą del sia pur minimo rumore la castitą del silenzio.
Quello, ben pił relativo, che regnava nel piccolo alloggio militare in cui mi trovavo da qualche istante, fu infranto. La porta venne spalancata, e Saint-Loup entrņ di furia, lasciando cadere il monocolo.
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i vjetėr 19-01-2017, 15:10   #343
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Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes I

E’ quello che siamo soliti chiamare un sonno di piombo; in effetti, ancora per qualche istante dopo la cessazione d’un simile sonno, sembra d’essere dei pupazzi di piombo. Non si č pił nessuno. Come mai, allora, cercando il proprio pensiero, la propria personalitą come si cerca un oggetto smarrito, si finisce col ritrovare il proprio “io” e non un altro qualsiasi? Perché, quando ci si rimette a pensare, non č una personalitą diversa dalla precedente a incarnarsi in noi? Non si capisce da che cosa sia dettata la scelta, ci sfugge la ragione per cui, fra i milioni d’esseri umani che potremmo essere, la nostra mano vada a pescare precisamente quello che eravamo il giorno prima. Che cos’č a guidarci, quando vi č stata una vera interruzione (o perché il sonno č stato totale, o perché i sogni sono stati completamente diversi da noi)? C’č stata una vera e propria morte, come quando il cuore ha cessato di battere e viene rianimato grazie a trazioni ritmiche della lingua. Certamente la camera, quand’anche l’avessimo vista una sola volta, desta ricordi ai quali ne sono collegati altri, pił remoti; o altri ancora dormivano dentro di noi, e noi ne prendiamo coscienza adesso. La resurrezione del risveglio - dopo quel benefico accesso d’alienazione mentale che č il sonno - deve assomigliare, in fondo, a ciņ che accade quando si recupera un nome, un verso, un motivo dimenticati. E, forse, alla resurrezione dell’anima dopo la morte si puņ pensare come a un fenomeno di memoria.
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Patience.
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i vjetėr 20-01-2017, 08:47   #344
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uj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėmuj me gaz i pazėvėndėsueshėm
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Nen kembet e tyre shtrihej qyteti dhe koha kish rreshtur se egzistuari.

Remark, Tre shoke
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imagine there's no countries... :)

...fjalet e zogut djali i degjoi
qau, e hengri, pastaj e leshoi...
uj me gaz nuk ndodhet nė linjė   Pėrgjigju pėrmes citimit
i vjetėr 20-01-2017, 23:46   #345
SystemA
Shqiptar....mer
 
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Gustave Le Bon....Psychologie der Massen.

Artikel.....Öffentliche Meinung und Presse.

Aus diesen mannigfachen Ursachen ist eine ganz neue Erscheinung der Weltgeschichte hervorgegangen, die für die heutige Zeit sehr bezeichnend ist; ich meine die Unfähigkeit der Regierungen, die öffentliche Meinung zu lenken.
Einst, und dies Einst liegt gar nicht so weit hinter uns, wurde die öffentliche Meinung von der Tatkraft der Regierung, dem Einfluß einiger Schriftsteller und einer ganz geringen Anzahl von Zeitungen getragen. Heutzutage haben die Schriftsteller allen Einfluß eingebüßt, und die Zeitungen spiegeln nur die öffentliche Meinung wider. Und was die Staatsmänner anbelangt, so denken sie nicht daran, sie zu lenken, sondern suchen ihr nur zu folgen. Ihre Furcht vor der öffentlichen Meinung ist fast schon Schrecken und raubt ihrer Haltung jede Festigkeit.
Die Meinung der Massen zeigt also das Bestreben, immer mehr zum entscheidenden Lenker der Politik zu werden. Sie bringt es heute schon fertig, Bündnisse vorzuschreiben, wie wir es vor kurzem bei dem russischen Bündnis sahen, das fast ausschließlich aus einer Volksbewegung hervorging.
Es ist ein sehr eigenartiges Zeichen unserer Zeit, dass Päpste, Könige und Kaiser sich dem Brauch der Befragung durch Vertreter der Tageszeitungen unterwerfen, um dem Urteil der Massen ihre Gedanken über eine bestimmte Angelegenheit zu unterbreiten. Einst konnte man sagen, Politik sei nicht Sache des Gefühls. Kann man das heute noch, wenn man sieht, dass sie sich von den Einfällen der unbeständigen Massen, die keine Vernunft kennen und nur vom Gefühl beherrscht werden, leiten läßt?
Die Presse, die einstige Leiterin der öffentlichen Meinung, hat wie die Regierungen gleichfalls der Macht der Massen weichen müssen. Gewiß besitzt sie noch eine bedeutende Macht, aber doch nur, weil sie lediglich die Widerspiegelung der öffentlichen Meinung und ihrer unaufhörlichen Schwankungen ist. Sie ist zum einfachen Informationsmittel geworden und hat darauf verzichtet, irgendwelche Ideen oder Lehren zu verbreiten. Sie geht allen Veränderungen des öffentlichen Geistes nach, sie ist dazu verpflichtet, weil sie sonst Gefahr läuft, durch die Maßnahmen der Konkurrenz ihre Leser zu verlieren. Die alten, ehrwürdigen und einflußreichen Blätter von ehedem, deren Aussprüche von der vergangenen Generation noch ehrfurchtsvoll wie Weissagungen angehört wurden, sind verschwunden oder zu Nachrichtenvermittlungen geworden, die von unterhaltenden Neuigkeiten, Gesellschaftsklatsch und geschäftlichen Anzeigen umrahmt sind. Welches Blatt wäre heute reich genug, seinen Schriftleitern eigne Meinungen gestatten zu können? Und. welches Gewicht könnten diese Meinungen bei Lesern haben, die nur unterrichtet oder unterhalten werden wollen und hinter jeder Empfehlung Berechnung wittern? Die Kritik hat nicht einmal mehr die Macht, ein Buch oder ein Theaterstück durchzusetzen. Sie kann schaden, aber nicht nützen. Die Blätter sind sich der Nutzlosigkeit jeder Eigenmeinung so bewußt, dass sie allmählich die literarischen Kritiken eingeschränkt haben und sich damit begnügen, den Namen des Buches nebst zwei, drei Zeilen Empfehlung zu bringen, und in zwanzig Jahren wird es sich mit der Theaterkritik wohl ebenso verhalten.
Das Aushorchen der Meinungen ist heute die Hauptsorge der Presse und der Regierungen. Welche Wirkung dies Ereignis, jener Gesetzentwurf, jene Rede hervorrief, ist wissenswert für sie. Das ist nicht leicht, denn nichts ist beweglicher und wandelbarer als das Denken der Massen. Man kann es erleben, dass sie das, was sie gestern bejubelten, heute mit dem Bannfluch belegen.
Das Endergebnis dieses gänzlichen Mangels an Meinungsrichtung und der gleichzeitigen Auflösung der Grundüberzeugungen ist die völlige Zerbröckelung aller Anschauungen und die wachsende Gleichgültigkeit der Massen wie der einzelnen gegen alles, was ihren unmittelbaren Vorteil nicht greifbar berührt. Wissenschaftliche Lehren, wie der Sozialismus, haben wirklich überzeugte Anhänger nur in den ungebildeten Schichten, z. B. unter Berg- und Fabrikarbeitern. Der Kleinbürger, der halbgebildete Handwerker, sind zu mißtrauisch geworden.
Die Entwicklung, die seit dreißig Jahren so verläuft, ist überraschend. In früheren, gar nicht so weit zurückliegenden Zeiten, hatten die Meinungen noch eine allgemeine Richtung. Sie wurden von der Annahme einiger Grundüberzeugungen abgeleitet. Allein aus der Tatsache, dass man Monarchist war, ergeben sich notwendigerweise auf den Gebieten der Geschichte und der Wissenschaft bestimmte, scharfumgrenzte Ansichten, während der Republikaner ganz entgegengesetzte für sich in Anspruch nahm. Ein Monarchist wußte genau, dass der Mensch nicht vom Affen abstammt, und ein Republikaner wußte nicht weniger genau, dass er von ihm abstammt. Der Monarchist mußte mit Abscheu, der Republikaner begeistert von der Revolution sprechen. Gewisse Namen, wie Robespierre, Marat, mußten mit andächtiger Miene, andre wieder, wie Cäsar, Augustus, Napoleon, nur unter Schmähungen ausgesprochen werden. Bis zu unserer Sorbonne herauf herrschte diese kindliche Geschichtsauffassung.
Heute verliert jede Meinung durch Erörterung und Zergliederung ihren Nimbus, ihre Stützpunkte werden schnell unsicher, und es bleiben nur wenige Ideen übrig, die uns zu leidenschaftlicher Parteinahme bewegen könnten. Der moderne Mensch verfällt immer mehr der Gleichgültigkeit.
Wir wollen diese allgemeine Erschöpfung der Anschauungen nicht allzusehr bedauern. Dass sie eine Entartungserscheinung im Völkerleben ist, läßt sich nicht bestreiten. Wohl haben die Seher, Apostel, Führer, mit einem Wort die Überzeugten, eine ganz andere Gewalt als die Verneiner, Kritiker und Gleichgültigen, aber wir dürfen nicht vergessen, dass eine einzige Anschauung, die genügend Nimbus gewänne, um sich durchzusetzen, mit Hilfe der Macht der Massen bald eine so tyrannische Gewalt erlangen würde, dass sich alsbald alle vor ihr beugen müßten, und die Zeit der freien Meinungsäußerung wäre dann für lange Zeit vorbei. Zeitweilig sind die Massen friedfertige Herren, wie es gelegentlich Heliogabal und Tiberius auch waren, aber sie haben auch wilde Launen. Ist eine Kultur reif, ihnen in die Hände zu fallen, so ist sie zu vielen Zufällen ausgesetzt, als dass sie noch lange Zeit überdauern könnte. Wenn irgend etwas die Stunde des Niedergangs aufhalten kann, so ist es nur die außerordentliche Veränderlichkeit der Meinungen und die wachsende Gleichgültigkeit der Massen gegen alle allgemeinen Grundanschauungen.

PS: Psychologie des foules
1895.
Chapeau.
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i vjetėr 22-01-2017, 22:32   #346
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Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes I

Se un ricordo, o un dispiacere che ci affligge, sono capaci di eclissarsi, al punto che non li avvertiamo pił, lo sono perņ, anche, di tornare, e a volte ci vuole un bel pezzo perché ci abbandonino. C’erano delle sere in cui, attraversando la cittą in direzione del ristorante, provavo un tale rimpianto di Madame de Guermantes che faticavo a respirare: si sarebbe detto che una parte del mio petto fosse stata sezionata da un abile anatomista, asportata, e sostituita con un identico ingombro di sofferenza immateriale, con un equivalente di nostalgia e d’amore. E, per quanto possano essere ben applicati i punti di sutura, si vive abbastanza penosamente quando il rimpianto di una persona si sostituisce alle viscere, dą l’impressione d’occupare pił spazio di loro, si fa sentire ininterrottamente; e poi, č talmente ambiguo essere costretti a pensare una parte del proprio corpo! L’unico vantaggio č che ci si illude di valere di pił. Alla minima brezza si sospira d’oppressione, ma anche di languore. Guardavo il cielo. Se era terso, pensavo: <<Forse lei č in campagna, guarda le stesse stelle, e chissą che, appena arrivato al ristorante, Robert non mi dica: “Una buona notizia, mia zia mi ha scritto, vorrebbe vederti, sta per venire qui”>>. Non era solo nel firmamento che proiettavo il pensiero di Madame de Guermantes. Un alito di vento un po’ pił dolce, passando, sembrava portarmi un suo messaggio, come un tempo, attraverso i campi di Méséglise, uno di Gilberte: non cambiamo mai, nel sentimento che proviamo per una persona accogliamo molti elementi assopiti che č lei a risvegliare benché le siano estranei. E poi, questi sentimenti particolari, c’č sempre in noi qualcosa che si sforza di condurli a una veritą superiore, vale a dire di incorporarli in un sentimento pił generale, comune a tutta l’umanitą, con cui gli individui, e le sofferenze che ci provocano, ci forniscono semplicemente un’occasione per comunicare: se un po’ di piacere si mischiava alla mia pena, era perché la sapevo una particella dell’amore universale. Certo, da quel tanto delle tristezze patite per amore di Gilberte o nelle sere di Combray quando la mamma non si fermava nella mia camera, come anche dal ricordo di certe pagine di Bergotte, che mi sembrava di riconoscere nella mia sofferenza - una sofferenza cui Madame de Guermantes, la sua freddezza, la sua assenza, non erano collegate con la chiarezza che collega la causa all’effetto nella mente di uno scienziato -, io non deducevo che Madame de Guermantes non fosse, appunto, tale causa. Non esistono, forse, dolori fisici diffusi, che s’estendono per irradiazione in zone esterne alla parte malata, ma che da queste si ritirano per dissolversi del tutto se un medico tocca il punto preciso da cui essi provengono? Eppure, prima, la loro estensione generava un senso di vaghezza e di fatalitą che, impotenti a spiegarli e persino a localizzarli, credevamo impossibile guarirne. Mentre m’avvicinavo al ristorante, mi dicevo: <<Sono gią quattordici giorni che non vedo Madame de Guermantes>>. Quattordici giorni, un’enormitą solo per me che, quando si trattava di Madame de Guermantes , contavo il tempo a minuti. Non soltanto le stelle e la brezza, ormai, ma persino le divisioni aritmetiche del tempo assumevano ai miei occhi un che di doloroso e di poetico. Ogni giorno, adesso, era come la cresta mobile di una collina incerta: su un versante, sentivo di poter scendere verso l’oblio; sull’altro, mi travolgeva il bisogno di rivedere la duchessa. Ed ero, di volta in volta, pił vicino al primo o al secondo, senza raggiungere un equilibrio stabile.
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MIGUEL DE UNAMUNO
NEBBIA

Amo, ergo sum! Quest'amore, Orfeo, č come una pioggia ristoratrice in cui si dissolve e si condensa la nebbia dell'esistenza. Grazie all'amore sento concretamente la mia anima. L'anima comincia a dolermi nell'intimo suo, grazie all'amore, Orfeo. E l'anima cos'č se non amore, se non dolore incarnato?
Vanno e vengono i giorni, ma l'amore rimane. Lą dentro, nel profondo delle viscere delle cose, la corrente di questo mondo lambisce e s'incontra con quella dell'altro, e da ciņ scaturisce il pił dolce e il pił triste dei dolori: quello di vivere.
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Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes I


E fu proprio, ahimč, quel fantasma che videro i miei occhi quando, entrando nel salotto senza che la nonna fosse avvertita del mio ritorno, la trovai che stava leggendo. Io ero lģ, o meglio non c’ero ancora perché lei non lo sapeva, e lei, come una donna sorpresa mentre attende a qualche lavoro che nasconderebbe se arrivasse qualcuno, era in balia di pensieri che non aveva mai lasciato trapelare davanti a me. Di me - per l’effimero privilegio grazie al quale, nel breve istante del ritorno, ci č dato d’assistere improvvisamente alla nostra stessa assenza - non era presente che il testimone, l’osservatore, l’estraneo in cappello e soprabito da viaggio, colui che non č di casa, il fotografo venuto a ritrarre luoghi che non rivedremo mai pił. E ciņ che, meccanicamente, si formņ nei miei occhi quando vidi la nonna, fu appunto una fotografia. Le persone amate noi non le vediamo, di solito, se non dentro il sistema animato, il moto perpetuo della nostra incessante tenerezza, la quale, prima di lasciare che le immagini proiettate dai loro volti giungano sino a noi, le attrae nel proprio vortice, le fa ricadere su ciņ che da sempre ne pensiamo, le fa aderire a questa idea, coincidere con essa. Come avrei potuto, poiché alla fronte, alle gote della nonna affidavo il compito di esprimere quanto v’era di pił delicato e inalterabile nella sua mente, e poiché ogni sguardo che nasce dall’abitudine č una negromanzia e ogni viso che amiamo č uno specchio del passato, come avrei potuto non omettere ciņ che in lei s’era appesantito e mutato, se anche negli spettacoli pił indifferenti della vita il nostro occhio, carico di pensiero, trascura, come una tragedia classica, tutte le immagini che non concorrono all’azione, trattenendo solo quelle che servono a illustrarcene il fine? Ma se, invece del nostro occhio, a guardare sarą un obiettivo puramente materiale, una lastra fotografica, allora ciņ che vedremo, per esempio, nel cortile dell’Institut, non sarą un accademico che, uscendo, tenta di fermare un fiacre, ma il suo vacillare, le sue preoccupazioni per non cadere all’indietro, la parabola della sua caduta, come se lui fosse ubriaco o il terreno coperto d’una crosta di ghiaccio. Succede lo stesso quando qualche crudele astuzia del caso impedisce alla nostra intelligente e pia tenerezza d’accorrere in tempo per nascondere ai nostri sguardi ciņ che essi non dovrebbero mai contemplare, quando quella č preceduta da questi: i quali, arrivati per primi sul posto e lasciati a se stessi, funzionano meccanicamente, come pellicole, e ci fanno vedere, al posto dell’essere amato che non esiste pił da tempo ma di cui la tenerezza non ci aveva mai consentito di scoprire la morte, l’essere nuovo che cento volte al giorno essa soleva rivestire d’una dolce e menzognera sembianza. E - come un malato il quale, non guardandosi da molto tempo e seguitando a comporre quel volto ch’egli non vede sulla base dell’immagine ideale che ne conserva il suo pensiero, indietreggia se scorge in uno specchio, nel mezzo d’un volto arido e deserto, la soprelevazione obliqua e rosata d’un naso gigantesco come una piramide d’Egitto - io per cui la nonna non era altri che me stesso, io che l’avevo vista sempre e soltanto nella mia anima, sempre allo stesso posto del passato, attraverso la trasparenza dei ricordi contigui e sovrapposti, ora, d’improvviso, nel nostro salotto che apparteneva a un mondo nuovo, quello del tempo, quello dove vivono gli estranei di cui si dice “invecchia bene”, per la prima volta e solo per un istante, giacché ben presto scomparve, vidi sul canapč, sotto il lume, rossa, pesante e volgare, malata, perduta in chissą quali fantasticherie, gli occhi un po’ folli vaganti oltre le pagine d’un libro, una vecchia donna prostrata che non conoscevo.
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Patience.
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i vjetėr 31-01-2017, 11:04   #349
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Friedrich Nietzsche.

Über Wahrheit und Lüge im außermoralischen Sinn.

In irgendeinem abgelegenen Winkel des in zahllosen Sonnensystemen flimmernd ausgegossenen Weltalls gab es einmal ein Gestirn, auf dem kluge Tiere das Erkennen erfanden. Es war die hochmütigste und verlogenste Minute der »Weltgeschichte«; aber doch nur eine Minute. Nach wenigen Atemzügen der Natur erstarrte das Gestirn, und die klugen Tiere mußten sterben. - So könnte jemand eine Fabel erfinden und würde doch nicht genügend illustriert haben, wie kläglich, wie schattenhaft und flüchtig, wie zwecklos und beliebig sich der menschliche Intellekt innerhalb der Natur ausnimmt. Es gab Ewigkeiten, in denen er nicht war; wenn es wieder mit ihm vorbei ist, wird sich nichts begeben haben. Denn es gibt für jenen Intellekt keine weitere Mission, die über das Menschenleben hinausführte. Sondern menschlich ist er, und nur sein Besitzer und Erzeuger nimmt ihn so pathetisch, als ob die Angeln der Welt sich in ihm drehten. Könnten wir uns aber mit der Mücke verständigen, so würden wir vernehmen, dass auch sie mit diesem Pathos durch die Luft schwimmt und in sich das fliegende Zentrum dieser Welt fühlt. Es ist nichts so verwerflich und gering in der Natur, was nicht durch einen kleinen Anhauch jener Kraft des Erkennens sofort wie ein Schlauch aufgeschwellt würde; und wie jeder Lastträger seinen Bewunderer haben will, so meint gar der stolzeste Mensch, der Philosoph, von allen Seiten die Augen des Weltalls teleskopisch auf sein Handeln und Denken gerichtet zu sehen.
Es ist merkwürdig, dass dies der Intellekt zustande bringt, er, der doch gerade nur als Hilfsmittel den unglücklichsten, delikatesten, vergänglichsten Wesen beigegeben ist, um sie eine Minute im Dasein festzuhalten, aus dem sie sonst, ohne jene Beigabe, so schnell wie Lessings Sohn zu flüchten allen Grund hätten. Jener mit dem Erkennen und Empfinden verbundene Hochmut, verblendende Nebel über die Augen und Sinne der Menschen legend, täuscht sich also über den Wert des Daseins, dadurch, dass er über das Erkennen selbst die schmeichelhafteste Wertschätzung in sich trägt. Seine allgemeinste Wirkung ist Täuschung - aber auch die einzelsten Wirkungen tragen etwas von gleichem Charakter an sich.
Der Intellekt als Mittel zur Erhaltung des Individuums entfaltet seine Hauptkräfte in der Verstellung; denn diese ist das Mittel, durch das die schwächeren, weniger robusten Individuen sich erhalten, als welchen einen Kampf um die Existenz mit Hörnern oder scharfem Raubtier-Gebiß zu führen versagt ist. Im Menschen kommt diese Verstellungskunst auf ihren Gipfel: hier ist die Täuschung, das Schmeicheln, Lügen und Trügen, das Hinter-dem-Rücken-Reden, das Repräsentieren, das im erborgten Glanze leben, das Maskiertsein, die verhüllende Konvention, das Bühnenspiel vor anderen und vor sich selbst, kurz das fortwährende Herumflattern um die eine Flamme Eitelkeit so sehr die Regel und das Gesetz, dass fast nichts unbegreiflicher ist, als wie unter den Menschen ein ehrlicher und reiner Trieb zur Wahrheit aufkommen konnte. Sie sind tief eingetaucht in Illusionen und Traumbilder, ihr Auge gleitet nur auf der Oberfläche der Dinge herum und sieht »Formen«, ihre Empfindung führt nirgends in die Wahrheit, sondern begnügt sich, Reize zu empfangen und gleichsam ein tastendes Spiel auf dem Rücken der Dinge zu spielen. Dazu lässt sich der Mensch nachts ein Leben hindurch im Traume belügen, ohne dass sein moralisches Gefühl dies je zu verhindern suchte: während es Menschen geben soll, die durch starken Willen das Schnarchen beseitigt haben. Was weiß der Mensch eigentlich von sich selbst! Ja, vermöchte er auch nur sich einmal vollständig, hingelegt wie in einen erleuchteten Glaskasten, zu perzipieren? Verschweigt die Natur ihm nicht das allermeiste, selbst über seinen Körper, um ihn, abseits von den Windungen der Gedärme, dem raschen Fluß der Blutströme, den verwickelten Fasererzitterungen, in ein stolzes gauklerisches Bewußtsein zu bannen und einzuschließen! Sie warf den Schlüssel weg: und wehe der verhängnisvollen Neubegier, die durch eine Spalte einmal aus dem Bewußtseinszimmer heraus und hinab zu sehen vermöchte und die jetzt ahnte, daß auf dem Erbarmungslosen, dem Gierigen, dem Unersättlichen, dem Mörderischen der Mensch ruht in der Gleichgültigkeit seines Nichtwissens und gleichsam auf dem Rücken eines Tigers in Träumen hängend. Woher, in aller Welt, bei dieser Konstellation der Trieb zur Wahrheit!

Teil I

PS: cfare parandjenje te poshter qe paskam sot????


Lg.
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i vjetėr 02-02-2017, 07:40   #350
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Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde.

Wille, Leib und Seele.

Der Wille erscheint in jeder Naturkraft. Kraft ist an sich Wille. Die Kraft, d.h. das, was einer Ursache immer die Wirksamkeit verleiht, ist als. solche grundlos und ist die unmittelbare Objektität des Willens. Auf der niedrigsten Stufe erscheint der Wille als allgemeine Naturkraft, als Schwere, Undurchdringlichkeit usw., dann als physikalische Sonderkraft, als Elastizität, Magnetismus usw. Die Materie ist ebenfalls Erscheinung des Willens. Eine höhere Stufe der Objektivation des Willens ist der Organismus. In ihm wirken physikalische und chemische Kräfte, aber was diese zusammenhält und lenkt, ist die <Lebenskraft>, welche ihre Wirkung modifiziert. Diese Lebenskraft ist nun an sich Wille. Dieser treibt die verschiedenen Lebensformen nacheinander hervor, ohne daß aber eine Evolution besteht. Die Zweckmäßigkeit der Organismen ist eine Folge der in ihnen sich bekundenden Einheit des Willens und der »Idee«. Durch den Organismus erst ist der Intellekt gesetzt, der im Menschen zum Bewußtsein und Selbstbewußtsein aufsteigt. Der Intellekt ist »Gehirnphänomen«. aber das Gehirn ist hier selbst als Erscheinung des Willens gemeint, so daß der Intellekt Willensfunktion ist und als solche denn auch zunächst durchaus im Dienste des Lebens und der Praxis steht. Der Materialismus ist einseitig, wenn er auch (Cabanis u. a.) mit Recht die Bedingtheit psychischer Prozesse durch organische betont; er ist aber die Philosophie des bei seiner Rechnung sich selbst vergessenden Subjekts. Seele und Leib sind zwei Wahrnehmungsweisen einer und derselben Wirklichkeit, die einander entsprechen, so daß in diesem Sinne Psychisches und Physisches einander (ohne Wechselwirkung) parallel gehen, weil sie ja im Grunde identisch sind. Der Leib ist die Objektität, der sichtbare Ausdruck des Willens, das Auge z.B. der Ausdruck des Willens zum Sehen, die Genitalien der Ausdruck des Geschlechtstriebs usw. Der Leib nun ist uns auf zwei ganz verschiedene Weisen gegeben: einmal als Vorstellung in verständiger Anschauung, als Objekt unter Objekten und den Gesetzen dieser unterworfen; sodann aber auch zugleich auf eine ganz andere Weise, nämlich als jenes jedem unmittelbar Bekannte, welches das Wort, <Wille>, bezeichnet. Die Aktion des Leibes, die äußere Handlung ist nichts anderes als der objektivierte, in die Anschauung getretene Akt des Willens. »Mein Leib und mein Wille sind eins«, der ganze Leib ist der,sichtbar gewordene Wille . Die Willenshandlung geht nicht der Bewegung voran, sondern ist das An sich derselben, ist mit ihr zugleich; beide sind »eins und dasselbe, auf doppelte Weise wahrgenommen; was nämlich der inneren Wahrnehmung (dem Bewußtsein) sich als wirklicher Willensakt kundgibt, dasselbe stellt sich in der äußeren Anschauung, in welcher der Leib objektiv dasteht, sofort als Aktion desselben dar.
Im Psychischen ist der Wille das Treibende, Leitende, Einheit Stiftende, er setzt den Intellekt in Bewegung, sobald er ihn einmal erzeugt hat, während er ursprünglich unbewußter Wille ist. Die Gefühle sind Willenszustände. Der Wille ist an sich, als intelligibler Willenscharakter frei, als empirisches Wollen und Handeln determiniert (vgl. Kant, Schelling). Die (transzendentale) Freiheit ist Unabhängigkeit des Willens vom Satz vom Grunde, von allen Formen der Erscheinung. Daß wir so und so sind, das ist schließlich grundlos, durch nichts determiniert als durch den in uns erscheinenden Urwillen selbst, der unseren unveränderlichen Charakter bildet. Aus diesem aber, bzw. aus den Motiven, folgt alles mit psychologischer Notwendigkeit; die Freiheit liegt im Sein, nicht im Handeln (»operari sequitur esse«). »Jeder Mensch handelt nach dem, wie er ist, und die demgemäß jedesmal notwendige Handlung wird, im individuellen Fall, allein durch die Motive bestimmt.« »Der Mensch tut allezeit nur, was er will und tut es doch notwendig. Das liegt aber daran, daß er schon ist, was er will; denn aus dem, was er ist, folgt notwendig alles, was er jedesmal tut.« Verantwortlich ist der Mensch durch seinen Charakter, durch seine transzendentale Freiheit; vermöge denen alle Taten des Menschen sein Werk sind. - Unsterblich ist nicht das empirische Individuum als solches, sondern der zeitlose, universale, einheitliche Wille in ihm, der das Wesen eines jeden zu einem unvergänglichen macht.

Arthur Schopenhauer=FILOZOFI.

TSCHYß.
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i vjetėr 02-02-2017, 08:51   #351
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Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes I


Sin dalle prime note della poveretta, alcuni spettatori, reclutati all’uopo, si misero ad additarsi ridacchiando il suo didietro, alcune donne partecipanti al complotto scoppiarono a ridere forte, ogni nota flautata accresceva la calcolata ilaritą, che volgeva ormai allo scandalo. L’infelice, che sudava il tormento sotto il trucco, cercņ per un istante di reagire, poi lanciņ tutt’intorno sul pubblico degli sguardi indignati, desolati, che non fecero che raddoppiare la cagnara. L’istinto d’imitazione, il desiderio di mostrarsi spiritose e spavalde, contagiarono certe belle attrici che, pur non essendo state avvertite, si scambiavano occhiate di perfida complicitą, si torcevano dalle risa, in preda a violenti accessi, tanto che, alla fine della seconda canzone, e sebbene il programma ne prevedesse ancora cinque, il direttore di scena fece calare il sipario. Mi sforzai di non pensare a questo incidente pił di quanto avessi un tempo pensato alla sofferenza della nonna quando il mio prozio, per punzecchiarla, induceva il nonno a bere del cognac, giacché l’idea della cattiveria aveva, per me, qualcosa di insopportabilmente doloroso. E tuttavia, come la pietą nei confronti di un infelice non č, forse, del tutto esatta, dal momento che la nostra immaginazione ricrea tutta una sofferenza sulla quale l’infelice, costretto a combatterla, si guarda bene dal commuoversi, cosģ nell’animo del malvagio la malvagitą č probabilmente priva di quella crudeltą pura e voluttuosa che tanto ci fa male immaginare. E’ l’odio ad ispirarla, la collera a infonderle un ardore, un’operositą che non hanno nulla di gioioso; ci vorrebbe del sadismo per ricavarne piacere: il malvagio č convinto di far soffrire i malvagi. Rachel pensava certo che l’attrice da lei torturata non valesse nulla e che, comunque, farla fischiare significasse vendicare il buon gusto e dare una lezione a una cattiva collega. Nondimeno, visto che non avevo avuto né il coraggio né la forza di impedire l’incidente, preferii passarlo sotto silenzio; mi sarebbe riuscito troppo penoso, parlando bene della vittima, equiparare alle soddisfazioni della crudeltą i sentimenti che animavano i carnefici della debuttante.
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Patience.
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i vjetėr 02-03-2017, 20:17   #352
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Alors voilą l’autre soir je suis sorti du cabinet et j’ai enfourché mon vélo. Je pédalais, oui, et vite en plus ! J’avais tellement envie de rentrer chez moi ! Un bus a klaxonné : j’étais sur sa voie, oui. J’étais sur sa voie ET j’étais en colčre, alors j’ai brandi un doigt, un majeur, j’y peux rien c’est le doigt du milieu, le plus facile ą tendre, c’est parti comme ēa, et j’ai crié « Va chier ! ».
Je suis arrivé chez moi, j’ai gueulé sur l’adolescente stupide aux yeux bovins, celle du premier, celle qui fume ses joints dans les parties communes, celle qui laisse les mégots se consumer sur les escaliers en bois de l’immeuble et nous fera tous cramer un jour dans notre sommeil.
J’étais en colčre, ce jour-lą, je pensais ą mon dernier patient. Un type rondouillard, aux joues épaisses et roses, et ą l’air gentil, qui tenait une petite valise ą roulettes et qui sanglotait dans mon bureau. Je pensais ą lui et ą ce que j’avais noté dans son dossier médical, ą CETTE phrase. Il y avait tout un roman dedans, un roman triste, dur, humain, oł les aidants ne sont pas aidés. J'ai écrit :
« A quitté le domicile conjugal car ne supporte plus le cancer de sa femme. »
Et la seule chose qui reste, ces soirs-lą, ces soirs oł l’Amour est défait, la seule chose qui reste c’est essayer de ne pas céder ą la colčre que suscite un monde aussi injuste, puis rentrer vite chez soi et essayer de faire rire les gens avec mon absence totale de talent graphique.
On n’y peut rien, c’est comme ēa.
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i vjetėr 19-03-2017, 20:46   #353
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In un impeto di tenerezza, Catherine gettņ le braccia al collo di Ettienne e, trovate le sue labbra, vi incollņ le sue. Allora le tenebre intorno si diradarono e, tornando a rivedere il sole, lei proruppe di nuovo in una calda risata da innamorata. Lui, sentendola seminuda sotto i vestiti a brandelli, fremendo al contatto di quella carne femminile, la ghermģ in un improvviso risveglio di virilitą. E, finalmente, in fondo a quella tomba, su quel letto di fango, i due giovani consumarono la loro notte di nozze, punti dall'imperioso desiderio di non morire senza prima aver assaporato la felicitą, spinti dall'ostinato bisogno di sentirsi vivi per l'ultima volta. Si amarono nella disperazione, incalzati dalla morte.
Poi, il nulla. Ettienne si rimise a sedere per terra nello stesso angolo, tenendo la compagna sulle ginocchia, stesa, immobile. Trascorsero ore cosģ. A lungo lui la credette addormentata, ma poi, toccandola, sentģ che era fredda, morta. Ciononostante seguitņ a non muoversi, per paura di svegliarla. Al pensiero di essere stato il primo a possederla da quando lei era diventata donna, e che potesse essere incinta, lo inteneriva profondamente.

Germinale, Emile Zola
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Festina lente!
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i vjetėr 19-03-2017, 21:59   #354
Rimi.
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- “Pse duhet ta dėgjojmė zemrėn?”, pyeti djali atė ditė, ndėrsa po ngrinin ēadrėn.

- “Sepse ku ke zemrėn, ke dhe thesarin tėnd”.

- “Zemra ime ėshtė e tronditur”, tha djali. “Sheh ėndrra, emocionohet, ėshtė e dashuruar me njė grua tė shkretėtirės. Mė kėrkon gjėra, dhe shumė net kur mendoj pėr tė, nuk mė lė tė fle”.

- “Kjo ėshtė gjė e mirė. Zemra jote ėshtė e gjallė. Vazhdo tė dėgjosh ato qė do tė tė thotė”.

Gjatė ditėve tė ardhshme, u ndeshėn me shumė luftėtarė si dhe shquan dhe tė tjerė nė horizont. Zemra e djalit filloi tė fliste pėr frikėn. I rrėfente ndodhi qė kishte dėgjuar nga shpirti i Botės, histori tė pafrytshme njerėzish pėr tė gjetur thesare. Ndonjėherė djali frikėsohej me mendimin se nuk do t’ia dilte tė gjente thesarin ose do tė vdiste nė shkretėtirė. Herė tė tjera, i thoshte se ndihej e kėnaqur qė tashmė kishte gjetur njė dashuri dhe shumė monedha ari.

- “Zemra po mė tradhton”, i tha djali alikimistit, kur ndaluan pėr tė pushuar kuajt. “Nuk do qė tė vazhdoj”.

- “Kjo ėshtė gjė e mirė. Dėshmon se zemra jote ėshtė e gjallė. Ėshtė e natyrshme tė kesh frikė tė shkėmbesh me njė ėndėrr gjithēka qė ke arritur deri tani”.

- “Atėherė, pse duhet ta dėgjoj zemrėn time?”.

- “Sepse kurrė nuk do tė arrish ta bėsh tė heshtė. Akoma dhe nėse bėn sikur nuk e dėgjon, ajo do tė jetė gjithmonė brenda gjoksit tėnd duke tė pėrsėritur ato qė mendon pėr jetėn dhe botėn”.

- “Akoma dhe nėse mė tradhton?”.

- “Tradhtia ėshtė goditja e papritur. Nė qoftė se e njeh mirė zemrėn tėnde, nuk do tė tė tradhtojė kurrė. Sepse duke ditur ėndrrat dhe dėshirat e tua do tė dish dhe si tė reagosh. Askush nuk mund ta shpėrfillė zemrėn e vet. Ndaj nė qoftė se nuk do tė tė befasojė, ėshtė mirė ta dėgjosh se ē’tė thotė”.

Djali vazhdonte tė dėgjonte zemrėn e tij, ndėrsa ecnin nė shkretėtirė. Avash-avash fillloi tė mėsonte dinakėritė dhe tė pathėnat e saj, mėsoi ta pranonte ashtu si ishte. Ndaloi tė kishte frikė dhe tė kthehej prapa, pasi njė pasdite zemra i tha se ishte e lumtur”.

- “Mund tė ankohem ndonjėherė”, tha zemra, “por kjo ndodh sepse jam zemėr njeriu dhe ato gjithmonė janė tė tilla. Kanė frikė tė bėjnė ėndrra tė mėdha sepse mendojnė se nuk e meritojnė ose nuk do t’ia dalin dot mbanė. Ne zemrat vdesim nga frika kur mendojmė pėr dashuritė e humbura, pėr ēastet e mundshme tė mira, qė kurrė s’ishin tė tilla, pėr thesaret qė mund tė zbuloheshin dhe mbetėn tė varrosura nėn rėrė. Sepse kur ndodh diēka e tillė, nė fund vuajmė shumė”.

- “Zemra ime ka frikė dhembjen”, tha djali.

- “Thuaji se frika e dhembjes ėshtė mė e keqe se vetė dhembja. Dhe se asnjė zemėr nuk vuajti kurrė kur filloi tė kėrkonte ėndrrat e saj, pasi ēdo ēast kėrkimi ėshtė njė ēast takimi me pėrjetėsinė”

“Alkimisti”
PAULO COELHO
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Il miglior modo di credere nell' aldila e non rompere
il cazzo nell' aldiqua.
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i vjetėr 20-03-2017, 07:25   #355
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"Adem Jashari i kishte te gjitha tiparet e Lejendarit Skenderbe. Trimi yne nuk kishte nevoje te fliste, Ai, beri vepra trimerie qe nuk vdesin kurre. Vetem rapsodeve u kane hije fjalet e trimerise edhe kur ju mungon ajo. Rapsodet edhe mund te mos jene trima, por atyre nuk iu mungon kuraja per ta vleresuar ate. Adem Jashari kishte nje dashuri ( qe e kam veshtire ta pershkruaj) per femijet, per gruan dhe familjen, andaj ishte i pandashem nga Kosova, nga Drenica, prekazi dhe Familja. Ai dashurine per Kombin, Familjen dhe Atdheun i perjetesoi me flijimin e paperseritshem ne histroine moderne te perbotshme. "


Fjalet e thjeshta ne pjesen qe solla me bene te ndalem per pak caste ne leximin tim te librit "Flijimi Per Lirine" te Dr. Jakup Krasniqit. A nuk thuhen thjeshte gjerat me te medha? Ato s'kane nevoje per lartesine e krijuar me "modernizmat" letrare. Ato te marrin , te mbeshtjellin me ndjesine e njohur te vatres , e te fusin ne thellesine e origjinalitetit te pakrahasueshem...
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Postimi origjinal ėshtė bėrė nga Mistrece Shiko postimin
In un impeto di tenerezza, Catherine gettņ le braccia al collo di Ettienne e, trovate le sue labbra, vi incollņ le sue. Allora le tenebre intorno si diradarono e, tornando a rivedere il sole, lei proruppe di nuovo in una calda risata da innamorata. Lui, sentendola seminuda sotto i vestiti a brandelli, fremendo al contatto di quella carne femminile, la ghermģ in un improvviso risveglio di virilitą. E, finalmente, in fondo a quella tomba, su quel letto di fango, i due giovani consumarono la loro notte di nozze, punti dall'imperioso desiderio di non morire senza prima aver assaporato la felicitą, spinti dall'ostinato bisogno di sentirsi vivi per l'ultima volta. Si amarono nella disperazione, incalzati dalla morte.
Poi, il nulla. Ettienne si rimise a sedere per terra nello stesso angolo, tenendo la compagna sulle ginocchia, stesa, immobile. Trascorsero ore cosģ. A lungo lui la credette addormentata, ma poi, toccandola, sentģ che era fredda, morta. Ciononostante seguitņ a non muoversi, per paura di svegliarla. Al pensiero di essere stato il primo a possederla da quando lei era diventata donna, e che potesse essere incinta, lo inteneriva profondamente.

Germinale, Emile Zola
Wenn man wenigstens zu essen hat, murmelte Etienne wieder.
Das sage ich auch, solarige man Brot hat, kann man leben.

Kapitel 1.

Naten e mire.
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i vjetėr 22-03-2017, 19:01   #357
Mistrece
...
 
Avatari i Mistrece
 
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Wenn man wenigstens zu essen hat, murmelte Etienne wieder.
Das sage ich auch, solarige man Brot hat, kann man leben.

Kapitel 1.

Naten e mire.
Aman, sa pika kulmore ka ky roman.
Jeta e tere aty.

Mua me duket sikur e shkeputa nga vetja qe kur cdo pjese te bukur e shkruaja diku.
Vetem ajo me siper me kishte mbetur per vete.
__________________
Festina lente!
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i vjetėr 24-03-2017, 19:23   #358
lenci
::
 
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lenci ka mbyllur reputacionin
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punti dall'imperioso desiderio di non morire senza prima aver assaporato la felicitą, spinti dall'ostinato bisogno di sentirsi vivi per l'ultima volta. Si amarono nella disperazione, incalzati dalla morte.
Germinale, Emile Zola
Sublime,a prescindere.
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i vjetėr 25-03-2017, 17:25   #359
SystemA
Shqiptar....mer
 
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Mua me duket sikur e shkeputa nga vetja qe kur cdo pjese te bukur e shkruaja diku.
Vetem ajo me siper me kishte mbetur per vete.
Dituria eshte falas...
http://www.eldritchpress.org/ez/germinal.html
M.q-se dominimi eshte caubojs
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i vjetėr 02-04-2017, 11:47   #360
Persona
:)
 
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Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - La parte di Guermantes II


Gli sciocchi si figurano che le vaste dimensioni dei fenomeni sociali forniscano la migliore occasione per penetrare pił a fondo nell’animo umano; dovrebbero, al contrario, rendersi conto che solo addentrandosi in una singola individualitą avrebbero modo di capire quei fenomeni.
__________________
Patience.
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